UNA CITTA’ NELLA CITTA’

Oggi al Porto Antico non c’è il sole. Ogni tanto cade qualche timida goccia di pioggia e tira vento, vento forte. Eppure mi va di star fuori e camminare.
Sopra di me c’è un cielo grigio cangiante dove le nuvole sembrano correre impazzite, le acque solitamente calme del grande bacino del porto si increspano spinte dal vento e fanno ondeggiare l’una contro l’altra le barche più piccole mentre i grandi yacht, fieri della loro stazza, galleggiano quasi immobili. Man mano che mi allontano lungo il molo, le persone si diradano sempre di più, chiuse al riparo dei locali, e quando termina la lunga fila degli yacht mi trovo sola davanti al porto che, nonostante tutto, continua la sua attività.

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Il vento, mentre da dietro mi dà una spintarella, porta con sé i suoni di questo lavorio incessante: il ribollire dei motori delle grandi navi che si preparano a salpare – forse i due traghetti che ho di fronte, forse l’enorme portacontainer  blu – suoni metallici, ronzii di macchinari, il movimento delle gru, il rombo dei camion. Arrivata in fondo ai Magazzini del Cotone, la spinta di una folata inattesa mi fa sbandare a sinistra. Qualche remoto gene marinaresco mi porta istintivamente a cercare riparo addossandomi al muro che fa da testata al grande edificio. Qui, di colpo, la quiete.

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Mi sento un puntino ai piedi della grande facciata su cui campeggia una scritta PORTO ANTICO dal sapore un po’ vintage, nonché apparentemente l’unico essere umano al centro di questa città nella città che è il porto.  Luogo di lavoro e di sudore di generazioni, punto di passaggio di merci, denari e, inevitabilmente, uomini.  La lanterna di fronte a me sorveglia e dirige questo incessante viavai di cose e di genti e mi fa pensare che, fino a non troppo tempo fa, il porto era tutto qui, i moli protesi sull’acqua verso il centro di questo straordinario arco naturale stretto tra i monti e il mare. Dove ora possiamo passeggiare, visitare musei, guardare la vita subacquea attraverso i vetri dell’acquario, c’erano calate, corde appesantite dalla salsedine, camalli. Guardandomi intorno mi rendo conto che le strutture del porto di allora e quelle di oggi convivono l’una accanto all’altra, talvolta fisicamente specchiandosi l’una nell’altra, contendendosi lo spazio e lo skyline.

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Misteriosi esseri di metallo, capolavori dell’ingegneria fin de siècle fanno da contrappunto alle grandi gru per la movimentazione dei container che da qui appaiono come tanti mattoncini colorati, come le costruzioni dei bambini.23

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Da qui tuttavia, posso a malapena intuire il porto di oggi in tutta la sua estensione: un susseguirsi di ponti, bacini, cantieri, aggrappato alla costa per più di venti chilometri, dove l’uomo ha faticosamente strappato – in un paesaggio meraviglioso ma avaro di spazi – il territorio al mare.  Questa macchina complessa  può movimentare qualunque tipologia di merce e qui, bacino dopo bacino, vengono costruite, riparate, trasformate e demolite navi di ogni funzione e dimensione.
Domandate qualche storia a un genovese che lavora o ha lavorato qui – non vi sarà difficile trovarlo, giovane o anziano, nato a Sampierdarena  o a Dakar – e fermarlo sarà un’ardua impresa.
Oppure potete venire qui in un giorno di vento e divertirvi ad ascoltare i rumori, spiare i movimenti, immaginare.

Autore: Francesca Quartini

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