IL MUSEO DELLA GENOVA PERDUTA

A volte accadono cose apparentemente casuali che in un secondo momento diventano importanti.
Se, riordinando in casa, non avessi trovato “casualmente” un libro molto interessante intitolato “Medioevo Demolito”(edito da Francesco Pirella per conto del Comune di Genova – anno 1990), forse non sarei tornata in tempi brevi a visitare lo splendido Museo di Sant’Agostino, lo scrigno museale che conserva al suo interno numerosi frammenti di una Genova perduta.
Così, invece, sono tornata lì con occhi nuovi, non solo per visitare un museo importante ma, soprattutto, per accogliere nuove emozioni dal passato.
Questo museo è un luogo particolare, che trasmette un senso di bellezza e di misticismo immediati e che suscita nel contempo un vago senso di rimpianto, come preciserò in seguito.
I suoi spazi, ampi e luminosi, perfettamente architettati, sono ancora densi di quella pace tramandata forse nei secoli dai religiosi agostiniani che vissero nell’antico complesso monastico (XIII sec.) nel quale è sorto il museo. Puoi chiudere per un attimo gli occhi e sentirteli intorno, a vagare in silenzio, fatti di una leggerezza insolita. Ovviamente sono mie impressioni.
L’utilizzo come caserma dei carabinieri dal 1817 al 1942 e i successivi danni subiti dai bombardamenti nel quartiere di Sarzano durante la guerra, non sembrano avere intaccato una linea invisibile di continuità e sacralità dal medioevo a oggi. È un luogo magico, come molti a Genova.

La stessa sensazione ti coglie entrando nell’adiacente Chiesa di Sant’Agostino che, pur sconsacrata dal 1798 (età napoleonica) rilascia ancora in modo prorompente la sua essenza primitiva.
L’abbinamento fra le sue pietre scure e alcune scenografie di Luzzati, che qui hanno trovato casa, risulta particolarmente intrigante. Per chi non lo sapesse, la Chiesa è infatti vicina all’attuale Teatro della Tosse (già Teatro Nazionale) e l’omonima Compagnia Teatrale nacque proprio da un’idea di Emanuele Luzzati, condivisa in pieno da Tonino Conte.
Parlando qui di una Genova del passato, mi piace ricordare che la prima ubicazione di questa nuova compagnia teatrale fu in salita della Tosse, una stradina che dirama da via San Vincenzo, e da lì ne deriva il nome.
La Chiesa di Sant’Agostino puoi iniziare a rimirarla già dall’interno del museo, dove, ai piani superiori, sono state lasciate strategiche aperture con una meravigliosa vista sulle navate interne.

Splendida è anche la torre campanaria, rivestita di maioliche arabeggianti, che svetta e incanta già dal chiostro triangolare (con albero di fico) che accoglie il visitatore prima dell’ingresso al museo. È un chiostro molto intimo, quasi commovente, in cui potrei passare ore e ore seduta su una sedia a leggere un libro, dalla prima pagina all’ultima, sicura di non essere disturbata da nulla e da nessuno.
Divago, lo so.
Per tornare alla splendida torre campanaria, conoscete la leggenda del topolino?
Si dice che ogni giorno un topolino, da secoli e secoli, salga su questa torre per raccontare alla gente del quartiere i fatti del giorno. Non per niente un libro sulla “Vecchia Genova” (autore Giulio Ottonelli – Valenti Editore anno 1973) è dedicato nella sua prima pagina “Al topino della quadricuspide”, proprio lui. Sarà per questo che gli abitanti di Sarzano sanno veramente tutto di tutti? Ovviamente su questo topino ci sono pareri discordanti: alcuni sostengono che salga sulla cuspide soltanto per salutare coloro che passano in strada.
Leggende a parte, il Museo di Sant’Agostino, come dicevo all’inizio, è il museo della Genova perduta, quella distrutta o demolita nel corso degli anni, quella che ha lasciato spazio all’attuale configurazione della città.

Un grazioso frammento di pilastrino in marmo (risalente all’ultimo decennio del VIII sec. o al primo decennio del IX) proviene per esempio dalla demolita Chiesa di Sant’Andrea della Porta, appartenente al complesso monastico femminile che sorgeva sulla collina che occupava la zona attuale di via XX Settembre alta e via Dante. Questo fino al 1905, quando fu completamente sbancata.
Mi accorgo che si fa fatica a immaginare una Genova totalmente diversa da quella odierna, soprattutto in quei luoghi attraversati e vissuti quotidianamente in modo veloce e distratto. È una strana sensazione.
Il Monastero di Sant’Andrea, nella prima metà del 1800, fu poi adibito a carcere.

Il Chiostro che ancora è visibile in piazza Dante vicino alla Casa di Colombo, apparteneva proprio a questo monastero e, all’epoca della demolizione del complesso, fu smontato e numerato pezzo per pezzo per essere poi ricostruito nell’attuale ubicazione (che non discosta molto da quella originaria).
Oggi mi rendo conto di averlo visto lì da sempre senza mai essermi chiesta nulla su quelle misteriose colonnine. La totale assenza di protezione induce forse a vederle come un qualcosa di non prezioso, senza alcuna importanza né storica né artistica, e tanto basta a non chiedersi alcun perché (forse).
Prima di allontanarmi dalla zona di piazza Dante, sappiate che qui sorgeva anche il famoso “pozzodi Ponticello dal quale sono state estratte molte ceramiche, variopinte e terribilmente moderne e artistiche, esposte ora al Museo. Nel “pozzo” (ovvero nel rivo Torbido, in un piccolo fossato attraversato da un ponticello detto, non a caso, ponte delle conchette) venivano gettate a quanto pare tutte le stoviglie difettose o rotte provenienti dalle varie  fornaci in zona. Una bella risorsa per il museo questo mitico fiumiciattolo!
Ecco, il Museo di Sant’Agostino e il libro di cui ho accennato all’inizio, sono stati per me una vera rivelazione, una porta aperta fra presente e passato che, ormai aperta, m’incuriosisce ogni giorno di più.
E la Chiesa di San Tommaso? Ne avete già sentito parlare?

A questo punto, mi prende una sorta di rimpianto piuttosto assurdo, per non aver visto con i miei occhi questo gioiello perduto. Un’idea si può averla da vecchie cartoline, vecchie stampe e acquarelli d’autore, ed è un idea di assoluta bellezza. Doveva necessariamente essere demolita? Forse sì, non so, ma è un dispiacere quello che provo. Da quanto si legge nel libro, le discussioni e le diatribe in merito hanno occupato tecnici e periti municipali per tutta la seconda metà dell’ottocento.
San Tommaso era una Chiesa sul mare, con tutto il fascino che questo comporta, posta su un bastione sul promontorio (anch’esso perduto) detto Caput Arenae, eliminato per fare spazio alla Stazione Marittima.
In questa Chiesa, che accolse già dal X sec. monache benedettine, approdò dal mare Santa Limbania che nella sua cripta visse reclusa in preghiera e infine morì. La sua testa, separata dal corpo, veniva esposta sopra l’altare in un reliquario d’argento in occasione delle principali ricorrenze religiose.
Di San Tommaso, al Museo Sant’Agostino sono rimasti alcuni capitelli, fine X sec. inizi XI, di chiaro influsso bizantino, simili a quelli presenti nell’Abbazia di San Fruttuoso. In questi capitelli è possibile ammirare bassorilievi che raffigurano aquile, leoni e conigli, nei loro significati più arcani e simbolici.

Altri frammenti marmorei di grande interesse arrivano anche dal complesso monastico di San Domenico, posizionato un tempo dove ora sorge il Teatro Carlo Felice, come si può dedurre da un’incisione molto nota del maestro Bernahard Wernar Silesius.

Per concludere, un cenno va fatto anche a San Francesco di Castelletto perché appartiene a questa Chiesa perduta il pezzo forte del Museo, ovvero quello più conosciuto, che ne è diventato l’emblema: il monumento funebre a Margherita di Brabante, opera dello scultore Giovanni Pisano. Margherita, moglie dell’imperatore Enrico VII, morì a Genova nel 1311 e, qui sepolta, fu subito venerata come una santa. Di San Francesco di Castelletto si possono vedere parte delle fondamenta nel giardino di Palazzo Bianco in via Garibaldi e, sempre in zona, sappiate che una scuola conserva ancora l’antica mensa dei frati (mi ripropongo di andarla a vedere; per ora ne ho solo trovato la notizia e mi auguro sia veritiera) mentre un laboratorio di restauro in salita San Francesco è ricavato dalla sala capitolare del convento stesso.
Vorrei dire ancora molte cose ma sarebbero troppe in un solo articolo.
Dedicherò a breve un’altra pagina alle splendide Madonnine dei Vicoli, esposte in originale al Museo in un percorso d’indubbio fascino, ognuna con uno sguardo diverso, un volto particolare e, soprattutto, con una sua storia particolare. Le Madonnine sono provenienti dalle varie edicole poste numerose nel centro storico, caratteristica forse unica della nostra città. In strada, in alcuni casi, sono visibili i calchi, in altri casi tutto è scomparso.
Il Museo di Sant’Agostino è anche questo, e altro ancora.
More than this, come Genova.

Paola Farah Giorgi

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