IL RIGO SOTTILE

Il rigo sottile raccoglie le note sparse che mille animi umani hanno suonato dentro il loro cuore lungo i secoli.
E’ fatto anche di musica perché i versi della poesia battono un ritmo loro.
E’ sottile perchè descrive un minimo limite, un discrimen che talora scompare, e distingue le narrazioni poetiche da quelle scritte col linguaggio della prosa.
E’ un confine lieve che invito a valicare, passeggiando insieme fra le ombre e le luci della città di Genova, fra le anse nascoste di altri percorsi interiori che specchiano la terra con qualche fotografia.

Da “Inutile phare de la nuit”, raccolta di poesie edita da Montedit per il 1° premio del concorso Marguerite Yourcenar del 1994:

Genova fresca di un dicembre quieto,
rosa il Ducale nell’ora che tramonta,
vicoli informi come reti in mare
tesi a pescare l’uomo che si perde,
nel dedalo ammalato della città più chiusa
l’anima spicca un volo di gabbiano
mentre, lontano, l’acqua del porto
segna il confine di ogni strazio umano
e Genova benigna, muta ed indifferente
ancòra accoglie il naufrago
perso nellle sue strade.
Contrade di dolore,
contorte a tramontana,
per la città di mare
che lascia amare il sogno,
il sogno più lontano,
appeso come un bàndolo
stralcio di una bandiera
che ci ha fasciato il cuore,
malato, nella sera.

E quindi andiamo piano, andiamo insieme, in una sera di questa struggente primavera, verso l’ora in cui il sole cala, e fermiamoci in silenzio davanti alla maestà di pietra di Palazzo Ducale: lasciamo l’intricato ventre dei vicoli alle nostre spalle e sostiamo, per il tempo a noi necessario, nella conca morbida di Piazza Matteotti. Fermiamoci a guardare l’immenso cielo che smerla la sommità di quel palazzo e, subito sotto, la maestrìa degli uomini dispiegata nella struttura perfetta di quell’abbraccio aperto verso i viandanti: le ali esterne di Palazzo Ducale si aprono verso la Chiesa del Gesù e verso Via San Lorenzo, senza mai arrivare ai confini architettonici delle altre strutture.  Genova leggera e rispettosa abbraccia senza stringere le redini, lasciando il cavalli bianchi dei nostri pensieri liberi di vagare altrove, liberi di guardarne la “maraviglia” e di tornare indietro, come una induzione ipnotica saggia ed equilibrata, con melodia di parole che ci accompagnano nel sogno e poi ci riportano a casa. Con i piedi per terra. A camminare fieri sulle pietre antiche di questa città possente e accogliente, nelle cui strade ascolti le lingue di ogni dove, osservi abiti colorati di altre terre, e puoi mangiare pani cucinati con ricette variegate. Qui puoi spezzare il pane con altre genti, assaggiare farine mescolate, in una costruzione “integrale” che fa bene al corpo e che guarisce le ferite dell’anima. Un pane integrale davvero. Non solo pane. Non solo l’abbraccio di un palazzo.

Cristina Dotto

I commenti sono chiusi.