LA GENOVA DI FABER

Via Garibaldi, un pomeriggio qualunque. Di fronte a palazzo Tursi, un ragazzo dall’aria bohèmien con un cappello a tesa larga traffica con la sua strumentazione. “Lo conosci? E venuto qui anche un mese fa… canta De Andrè, benissimo tra l’altro: sembra proprio lui, ha lo stesso timbro di voce!”. E mentre la strada inizia a riempirsi delle note della chitarra, facciamo a gara a chi riconosce per prima il titolo della canzone. I passanti rallentano e canticchiano compiaciuti.

Penso che, se istituissero un patrimonio immateriale della Genovesità, sicuramente De André sarebbe ai primi posti. I suoi concittadini lo amano follemente, le sue canzoni sono una sorta di eredità comune, un patrimonio immateriale, appunto, che appartiene alla città.

Qui il cantautore è nato, più precisamente nella dolce Pegli, e qui ha vissuto gli anni della giovinezza e della formazione, tra i quartieri della Foce e di Albaro. Ma quello che lo rende così profondamente legato a Genova e ai genovesi è anche il suo modo di cantare questa città, con luci ma soprattutto ombre, con tenerezza ed ironia, il più delle volte alternati e affiancati nella medesima canzone. E la sua scelta di usare il dialetto, che da parlata popolare diventa linguaggio poetico universale.

Passeggi a Boccadasse o Capolungo e in questi antichi borghi di pescatori, dove si vedono ancora le barche e le reti ammassate sui moli, respiri  un’aria spessa carica di sale e ti sembra di sentire il suono di quella  corda marsa d’aegua e de sä – che a ne liga e a ne porta ‘nte na creuza de mä (corda marcia di acqua e di sale, che ci lega e ci porta in una creuza di mare). Diciamolo: grazie a Faber, il mondo sa che cosa sono le creuze. E anche i gundun, ma questa è un’altra storia. Anzi no: perché lo sguardo di De André su questa città non è mai quello dei suoi abitanti più altolocati – come la famiglia da cui lui stesso proveniva – ma è lo sguardo degli ultimi, dei poco raccomandabili, dei volgari.

La sua Sant’Ilario non è la collina a picco sul mare punteggiata di villette ma il paesino messo sottosopra dalla leggendaria Bocca di Rosa. Il suo Centro Storico non ha la magnificenza dei Palazzi dei Rolli, ma è quel luogo dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, abitato dalle misere vittime di questo mondo ma anche dall’innamorato illuso di via del Campo.

E in questa strada, divenuta un vero e proprio mito per gli appassionati, per decenni ha avuto sede il negozio di musica di Gianni Tassio: amico personale di De André, ne ha custodito gelosamente la chitarra e la memoria dopo la scomparsa, nel 1999. Ora Gianni ed il suo negozio non ci sono più, ma qui nel cuore della città vecchia il ricordo di De André e di tanti altri cantautori rimane vivo nell’Emporio museo di Via del Campo 29 rosso.

L’emporio conserva dischi originali in vinile, fotografie, libri, riviste d’epoca e, appunto, la chitarra Esteve 97 appartenuta a De André. Propone mostre, laboratori, attività culturali. Un luogo per conoscere, approfondire o anche semplicemente provare a fantasticare davanti a quale portone il romantico illuso si fermava a vedere la sua bella salire le scale. Fino a quando il balcone ha chiuso.

Francesca Quartini

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